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lunedì 19 luglio 2010

Aquarium


Aquarium from VidemmaFilm on Vimeo.
di Enzo Fratalia


Video di prova realizzato con un obiettivo particolare durante il workshop fotografico di Graziano Panfili, organizzato dall'Associazione Istanti in collaborazione con l'Istituto Italiano di Design di Perugia.

Qua il link di youtube:
http://www.youtube.com/videmmafilm?gl=IT&hl=it#p/a/u/0/oguWFDvyC8Y

lunedì 7 giugno 2010

Sogni in 35 mm #4

Stazione sotterranea della metropolitana, o qualcosa di molto simile. Io e Lisa siamo lì, va a sapere perché.
Sto perdendo tempo a far foto, come al solito, quando mi accorgo di non avere biglietti. Andiamo per farli ma non ci riusciamo, pare siano finiti. Un signore in divisa viene verso di noi con un biglietto in mano, gli chiedo dove lo abbia preso, e lui mi indica l’altro lato della fermata, a cui stranamente si può accedere con facilità, nonostante si trovi al di là dei binari. “Dall’altra parte - mi dice. In Germania”.
Realizzo che la linea dei binari si trova sul confine. In effetti, guardandola meglio, la stazione ha tutta l’aria di una dogana. E capisco anche, improvvisamente, che da questa parte c’è uno sciopero, mentre dall’altra parte, in Germania, no.

C’è un’atmosfera anni 40, in stile Casablanca, ovattata ma allo stesso tempo vagamente minacciosa.
“Resta qua, ci vado io a prenderli, i biglietti, tu intanto fai le foto”, mi fa Lisa cominciando ad allontanarsi. Non ho il tempo di dire di no, che già la vedo sparire oltre la linea con un salto aggraziato, accenno una reazione ma rimango bloccato dal flusso di folla che si affretta con passo deciso in direzione opposta alla mia.


Ormai è fatta, non posso farci più niente. Succederà qualcosa, lo sento, ma aspettare per aspettare, tanto vale che faccia quella benedetta foto. Mi appoggio alla balaustra, e ho appena il tempo di accostare l’occhio al mirino e di inquadrare Lisa, in lontananza, con trench chiaro e cappello alla Ilsa/Bergman (Ilsa, curioso anagramma), che all’improvviso scompare, mentre la voce monotona e sinistra dell’altoparlante comincia a vomitare: “La Germania è stata invasa”. Sì, proprio così, la Germania è stata invasa. Ma non era il contrario?, mi chiedo mentre apprendo, chissà come, che Lisa si trova in Polonia.

In mente, immagini di lei su un treno che viaggia in mezzo alla neve, il suo primo piano in dissolvenza con lo sfondo, come riflesso su un finestrino; si intuiscono già i campi di concentramento.
Minchia, lo sapevo lo sapevo. Dovevo fare di tutto per non farla andare da sola al di là dei binari.
Resto qui, immobile e impotente, senza biglietto per andare da nessuna parte.


giovedì 15 aprile 2010

L'incoscienza di EnZo

Ovvero “La coscienza di essere nati in mezzo a tutto questo”.

“…e il più bel silenzio mai ascoltato nascerà da tutto questo
il sole nascosto attenderà il capitolo successivo.”

Proprio come Zeno:
“Ci sarà un'enorme esplosione che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”

È quello che ho sempre pensato, in fondo.
Anzi: è quello a cui ho sempre cercato di non pensare.
Ognuno ha la sua particolare ricetta, per questo. Ci mettiamo un'intera vita a metterla a punto, e più la ricetta si fa ricca e sofisticata, più ci indirizza verso ciò che vorremmo sfuggire.






















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martedì 9 marzo 2010

Sogni in 35mm #3
















"Scrivere - diceva Marguerite Duras - è anche non parlare.
È tacere. È urlare senza emettere suoni."
E. Vila-Matas, Bartleby e compagnia

È un’alba stupenda, fiabesca, da sogno. La vedo dalla mia finestra. Aspiro a pieni polmoni l’aria piacevolmente fresca e pulita. Ho una viva sensazione di pace e tranquillità.
Sto talmente bene che non sento la solita, continua e ossessiva necessità di realizzare i miei sogni e le mie aspirazioni, di riuscire a mettere ordine nella mia vita.
Non parlo ormai da nove giorni.
Dicono che nei sogni il mare rappresenti la nostra anima, la nostra interiorità, il nostro inconscio.
Il mare si trova in luogo familiare. Un luogo in cui so che il mare non c’è. Un luogo che di solito è coperto di grano. Come se la mia anima fosse ormai parte integrante di quei posti, come se vi fosse indissolubilmente legata. Come se ne avesse bisogno per esistere.
La luce del sole esce da alcuni squarci fra le nubi che sovrastano i monti innevati sullo sfondo. Inizia a danzare sulle onde leggere del mare, emanando diffusi e inafferrabili riflessi.
Com’è bella la mia anima. In superficie.
Sotto c’è tutta l’oscurità profonda e inconoscibile di quella massa d’acqua enorme, plumbea.

Salgo su un autobus urbano che percorre la campagna. C’è sempre il mare, sullo sfondo. Protetto labilmente dalle sagome ad ombrello di pini marittimi. Guardo di sfuggita un uomo avvinghiato a un’asta di sostegno per i passeggeri. Mi assomiglia, potrei essere io. Forse sono proprio io. Mi fa immediatamente antipatia. Il ritmo è lento. Il mio sguardo indugia a lungo sui particolari. A volte si ferma e torna indietro, per poi riposarsi su cose ormai viste. Realizzo di essere dentro un film francese. Non sono lenti i film francesi. Sono ovattati, estraniati, indugianti. Consapevoli di essere dei film. Consapevoli di essere nati dallo sguardo indagatore di una telecamera.
Rivedo l’uomo. Cazzo se mi assomiglia. È sempre avvinghiato al suo appiglio.
Forse sono davvero io. Forse il mio punto di vista è quello della telecamera che mi osserva, quello della telecamera che ha girato un film fatto bene. Un film che ci mostra noi stessi.

Sono arrivato a casa mia. Chiamo i miei, ma non mi risponde nessuno. Devono essere giù. Scendo per le scale, levitando leggermente.
C’è un cane, in fondo. Particolare stonato in casa mia. Troppo stonato.
Prevedo che tra poco capirò di essere in un sogno.
Pensiero piuttosto singolare. Che mi fa capire di aver sempre saputo, in realtà, di essere in un sogno.
Arrivo giù. Vedo la luce filtrare da sotto una porta chiusa. I miei sono lì. Senza rendermene conto mi ritrovo all’interno della stanza. Iniziamo a litigare per motivi assolutamente futili, tanto che non li conosco nemmeno.
Mi sento accusato ingiustamente. E con una reazione comunque eccessiva. Spropositata.
Mi sento come in America di Kafka. Come Karl Rossmann di fronte all’eccessiva punizione dello zio.
Dimentico di essere in un sogno.

È di nuovo l’alba.
Rivedo il mare, vedo di nuovo la luce del sole fare capolino tra le nuvole. Rivedo i monti innevati sullo sfondo.
La stessa sensazione di serenità e di pace. La stessa avvolgente sensazione di stare osservando qualcosa di bello e di armonioso.
Ma i bei sogni danno solo un’effimera serenità a chi, del sogno, è attore, spettatore ed involontario autore. Una serenità destinata a svanire al momento del risveglio, sostituita da un acuto e malinconico senso di abbandono forzato. Dalla penetrante consapevolezza di aver perso qualcosa che si era conquistato a fatica.
Penso che sia estremamente noioso leggere queste cose. Penso che mi incazzerei a morte nel leggere qualcosa del genere. È un sogno. E i bei sogni non interessano a nessuno.
Occorrono incubi se si vuole scrivere.



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lunedì 1 marzo 2010

Multifilter

Guardare il mondo attraverso i vetri è come guardare in un acquario. O in una sfera di cristallo.
A saperlo leggere, il curioso gioco di trasparenze e riflessi dice più di quanto possa sembrare a un primo sguardo superficiale. O siamo noi a volerlo interpretare a tutti i costi, a volerci vedere corrispondenze e simboli che la nostra cultura ci ha instillato in vari modi.
Tutto dipende dai filtri con cui guardiamo: filtri culturali, che accendono la nostra attenzione e immaginazione; filtri tecnici, nel caso della fotografia (la scelta di un determinato obiettivo, della porzione di spazio da inquadrare, del punto da mettere a fuoco…); e, conseguentemente, scelta più o meno istintiva dell’attimo in cui fare click.
Quella che era una semplice vetrina, fino a poco prima, con la sua bella pubblicità in bianco e nero, ha finito per mostrarmi, a furia di guardarci dentro, il doppio sogno di una donna di mezza età, la fama e il successo, da una parte, una famiglia, un bambino, dall’altra.
Quando ho tolto l’occhio dal mirino e mi sono girato ho visto soltanto una donna trasandata, agghindata alla bell’e meglio per la passeggiata domenicale, che, in quella mattina d’inverno fredda ma soleggiata, aspirava nervosamente da una sigaretta. Sola. Era scomparso tutto, attorno a lei il vuoto, i suoi pensieri nascosti dal fumo.
Dite quello che volete, ditemi che sono pazzo, ma secondo me questo filtro funziona.


CLICK

venerdì 26 febbraio 2010

Inventario delle foto mai nate

La prima che ricordo è la meno interessante. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare, come si suol dire, e anche nell’arte dello sbaglio c’è sempre tempo per migliorare.
Sono alla Saline di Marsala, su un molo dello Stagnone. Qualcuno fa kitesurf, andando avanti e indietro su quelle acque basse.
Lo vedo venire verso di me, in lontananza. Lo aspetto, ho tutto il tempo di prepararmi. Lui arriva, mi vede, e civettuolmente fa un salto proprio davanti a me per virare in aria. È così vicino che col 35 mm posso quasi riempire il fotogramma. A riempirsi, in realtà, e solo per un attimo, è il mirino.
Rimango infatti col dito a metà corsa sul grilletto. E, non so per quale motivo, non scatto. Mi alzo scuotendo la testa, già pentito di non averlo fatto. Cosa ci potevo perdere, uno stupido frammento di pellicola?
Guardo il surfer allontanarsi veloce, sospinto dal vento. Magari convinto, in cuor suo, di essere stato immortalato proprio mentre compiva la sua bella virata in volo.
Lisa mi guarda, mi dice aspettiamo che rifaccia il giro, aspettiamo che ritorni, ma io continuo a scuotere la testa. So che in ogni caso, anche se ritornasse davvero, la situazione non sarebbe più la stessa.
No, non fa niente. Andiamo.

Un’altra è allo stadio. Il derby sta per finire, e l’atmosfera è sempre più calda. Molti tifosi si avvicinano alla rete di protezione del campo di gioco. Io mi sposto lateralmente, in basso. Intuisco cosa accadrà e salgo su una ringhiera, per appoggiarmi alla parte alta della rete. Due tifosi infatti si arrampicano, come per scavalcare, e io per un attimo li ho lì davanti, disposti perfettamente in controluce, con la rete a farmi da linea portante in diagonale, gli altri tifosi a completare il fotogramma.
È l’ultimo scatto della pellicola, e non ne ho più con me. Tant'è che non scatto e rimango con quello che - sono sicuro - sarebbe stato uno scattone solo per un istante davanti agli occhi, filtrato da ottica e mirino. E adesso dalla memoria.
Una foto buona la porto a casa comunque. Ma potevano essere due. E quella non fatta mi mancherà sempre.
Poi tutto finisce, e faccio una banalissima e stupidissima panoramica della tribuna, foto inutile, vista e rivista mille volte. Che oltretutto, tra le tendine rotte della malandata macchina che ho in prestito e i contrasti esasperati del cross processing, poco adatti all’esposizione ballerina della fotocamera, viene pure male. Ben mi sta, così imparo, cazzone che non sono altro.

Si potrebbe pensare che col digitale, e la non dipendenza dai rulli di pellicola, sarà diverso. E si preferirà uno scatto (dieci, venti, cento...) in più piuttosto che uno non fatto. Stronzate!

Sono a Palazzo Adriano, dove è stato girato Nuovo Cinema Paradiso, per fare delle riprese a un piccolo concerto.
Un’amica mi dice se ho visto tutti quei vecchi, seduti in fila sulle sedie e appoggiati a un muro, che formano una linea sottile e monocroma (sono quasi tutti vestiti con pantaloni scuri e camicie bianche) che curva leggermente assecondando la forma irregolare della grande piazza.
Sì, li ho visti, come avrei potuto non notarli. Sono almeno un centinaio, e non esagero.
Gliel’hai fatta una foto?
Per un attimo immagino la foto che avrei voluto fare, la vedo con una precisione che neanche se l’avessi stampata 30X45 sotto gli occhi. È fatta con il massimo grandangolo, a 10 mm, la linea sottile, monocroma e leggermente curva formata dai vecchi divide il fotogramma in due parti.
Sicuramente ne avrei fatte tre versioni, una con la linea in mezzo, una con la linea sul terzo inferiore e un’altra sul terzo superiore della foto. Anche se, nella mia visione del 30X45 potenziale, istintivamente la linea è quasi in mezzo, leggermente spostata in basso. E la foto è pure, va a sapere perché, leggermente mossa. La fila dei vecchi, conseguentemente, non nitida. Forse per rendere la situazione ancora più astratta. O più semplicemente perché le foto riesco a sbagliarle anche con l'immaginazione.
No, non gliel’ho fatta, non ho avuto tempo.
Dio mio! Il tempo! Non avuto tempo! Che cazzone, che cazzone!
Mi mangio ancora le mani e le schede di memoria.

L’ultima che mi viene in mente, al momento, è una Lomo Action Sampler.
Sono in autostrada, semivuota, tra un sorpasso e l’altro rifletto sulle vite che sfioro per un attimo a 130 all’ora, protetto e isolato dall’esterno dalla carrozzeria della macchina, dai vetri chiusi e dalla radio accesa che riempie l’abitacolo con musica e parole.
Ad un tratto vedo un aereo che viaggia in direzione opposta alla mia, finalmente lo incrocio alla distanza giusta. Ci provo da un sacco a beccarne uno con la Lomo quando sono in autostrada, e ho anche un paio di scatti che non sono del tutto malaccio. Vola alla mia sinistra, come se percorresse la carreggiata opposta, e per un attimo passa davanti al sole.
Non ho la macchinetta sotto mano - mai che ci sia quando serve davvero - e, ruotando la testa per seguirne il movimento, faccio mentalmente click. Uno, due tre, quattro, sento il rumore caratteristico dei 4 scatti in sequenza dell’Action Sampler.
Durante lo scatto potenziale, faccio in tempo a chiedermi se sarebbe stato meglio scattare tenendo ferma la macchinetta, facendo quindi uscire l’aereo dal fotogramma, oppure seguendolo in panning, cercando di fermarlo al centro dell’inquadratura e lasciando all’entrata e uscita di campo del sole il compito di rendere il senso del movimento.

Penso alla migliaia di foto inutili che occupano spazio nei miei hard-disk, e che sono incapace di cancellare. Foto dall’elettroencefalogramma piatto, che solo le macchine tengono in vita, semplici sequenze di 0 e di 1 prive di significato, ma per le quali non riesco a decidermi per l’eutanasia. Non si sa mai, mi dico sempre, col dito di Damocle che incombe, immobile e minaccioso, sopra il tasto Canc. Metti che debba fare una ricerca, un “fotometraggio”, o debba scrivere uno strambo racconto intitolato Eutanasia di una foto.
Il mio amico Buk dice che le foto brutte andrebbero cancellate subito, perché c’è il rischio che inquinino quelle buone, a furia di starci vicine. Il mio amico Buk dice anche che le foto non andrebbero mai cancellate, neanche quelle che ci sembrano brutte. Dopo un anno lo sguardo può cambiare, così come i criteri estetico-espressivi e quindi di selezione.
Penso che anche se farò buone foto, in futuro, e la cosa è dubbia, queste non nate mi mancheranno sempre. Anche se deciderò di cancellare, come dice Buk, o di tenere tutto, come dice Buk.
No, ovviamente oggi niente fotina d’accompagnamento. Non ora, perlomeno. Non qui.
Ma nulla ci vieta di sbagliare da professionisti.

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mercoledì 10 febbraio 2010

Kiss


"La Città* è un tempio dove pilastri viventi
lasciano talvolta sfuggire confuse parole;
l'uomo vi passa lungo foreste di simboli,
che lo fissano con sguardi familiari."

C. Baudelaire, Corrispondenze
*Natura nell'originale

La città ci lusinga,
ci manda messaggi che sono soltanto nella nostra testa.
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lunedì 11 gennaio 2010