mercoledì 12 maggio 2010

giovedì 6 maggio 2010

Errore di Sistema Irreversibile

- Eh... il problema è il sistema... è il sistema!
- Hai ragione.
- È il sistema, il problema.
- Sì, ok, ma come si fa a cambiare sistema?
- Eh... ci vuole un sistema.

Bingo!
Non siamo altro che la somma delle nostre contraddizioni.

Mi è tornata alla memoria una foto di Dworzak. Da quando l'ho vista, per una sorta di imprinting, per l'estrema sintesi, la ritengo la più rappresentativa della Contraddizione dei nostri tempi.
Un manifestante, al G8 di Genova, scaglia qualcosa contro i poliziotti, contro il "Sistema", contro la globalizzazione.
Contro un nemico invisibile al di là di una cancellata.
Con ai piedi scarpe con una grossa N!

C'è proprio qualcosa che non va. Decisamente.


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giovedì 15 aprile 2010

L'incoscienza di EnZo

Ovvero “La coscienza di essere nati in mezzo a tutto questo”.

“…e il più bel silenzio mai ascoltato nascerà da tutto questo
il sole nascosto attenderà il capitolo successivo.”

Proprio come Zeno:
“Ci sarà un'enorme esplosione che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”

È quello che ho sempre pensato, in fondo.
Anzi: è quello a cui ho sempre cercato di non pensare.
Ognuno ha la sua particolare ricetta, per questo. Ci mettiamo un'intera vita a metterla a punto, e più la ricetta si fa ricca e sofisticata, più ci indirizza verso ciò che vorremmo sfuggire.






















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venerdì 26 marzo 2010

5 modi per liberarsi definitivamente dai Testimoni di Geova


Antefatto:
TRRR TRRR

TRRR TRRR
“Chi è?”
“Mi chiamo Blablabla, stiamo distribuendo un volantino, ne possiamo parlare?”
“No. In questo momento ho da fare”.
“Allora possiamo metterlo nella cassetta?”
“Lo metta dove vuole”.

Dialogo n°1
TRRR TRRR
“Chi è?”
“Mi chiamo Blablabla, abbiamo un volantino, ne possiamo parlare?”
“Ma siete testimoni di Geova?”
“Sì”.
“Ma il Regno dei Cieli non è destinato solo a 144.000?”
“…”
“Allora?”
“Sì”.
“E allora perché diavolo cercate ancora altre persone da convertire? Non siete già in troppi?”
“…”
“Quanti sarete? 5 o 6 milioni nel mondo? E il Regno dei Cieli è per 144.000… Dovreste cominciare a fare il contrario. È tempo di buttare fuori qualcuno, piuttosto”.
“…”
“Fossi in lei comincerei a preoccuparmi. Lei, per esempio, si salverà?”
“…”
“Le do un consiglio aggratis… cominci a pensare a come salvarsi il culo. Buttate fuori un po’ di gente”.

Dialogo n°2
TRRR TRRR
“Chi è?”
“Testimoni di Geova”
“Oh, che piacere!”
“Dice davvero?”
“Certo!”
“Sono contenta, finalmente una persona gentile”.
“Sono contento perché il mondo doveva finire nel 1975, secondo le vostre ultime previsioni”.
“…”
“E invece siamo ancora qua. Non è contenta anche lei?”

Dialogo n°3
TRRR TRRR
“Chi è?”
“Salve, possiamo parlare di Dio?”
“No”.
“Come no?”
“No. Siamo in due a parlare, giusto? Avrò anch’io voce in capitolo sulla scelta dell’argomento?”
“Ma…”
“Per esempio… possiamo parlare di Jonathan Coe?”
“Gionata chi? È un profeta?”
“No, uno scrittore”
“…”
“Signorina, allora, ne vogliamo parlare?”
“…”
“Signorina…”
“…”
“Signorina… Signorina...”

Dialogo n°4
TRRR TRRR
“Chi è?”
“Testimoni di Geova”
“Che c’è?”
“Siamo qui per la sua salvezza”.
“La mia salvezza? Ma voi lo sapete che io sono salvo grazie a una trasfusione di sangue?”
“…”
“Fosse dipeso da voi, a quest’ora sarei morto!”

Dialogo n°5
TRRR TRRR
“Chi è?”
“Testimoni di Geova”
“Ma siete sicuri?”
“… Sì”.
“Ma sicuri sicuri?”
“Sì”.
“Ma il mondo non è finito nel ‘75?”
“…”
“Voi non esistete”.
“…”
“Noi non esistiamo. Shhhhh”.

lunedì 22 marzo 2010

Agenzia Patrimoniale

Passeggio fra gli scaffali della grande libreria della stazione, passo in rassegna dei libri e li sfoglio distrattamente mentre aspetto il treno.
All’improvviso:
- Pronto?
A rispondere è un uomo sui settanta, o sui sessanta portati male, vestito in maniera trasandata e mal assemblata, barba brizzolata, radi capelli arruffati. Ha le lenti da sole alzate sugli occhiali da vista.

- Quanti anni ha? 62? Sei, due?
- ...
- Si vuole sposare?
- ... 
- Vuole fare ma-tri-mo-nio?
- ... 
- 70. Ha 70 anni. Autosufficiente, guida la macchina.
- ... 
- Ricco. Pausa, poi sottolinea: ricco.
Due donne accanto a me si guardano con complicità, anche se non si conoscono, e sorridono.
L’uomo attraversa il settore Architettura, sempre incurante che altri possano sentire la sua telefonata.
- Le interessa? Le interessa? ripete con la sua cadenza monotona.
- ... 
- Deve mandarmi una foto. No, lei! Deve mandarmi una foto!
- ... 
- Sa mandare una foto per telefono? Sa mandare una foto per telefono? Una foto per telefono la sa mandare?
- ... 
- Allora se la faccia fare. Si faccia aiutare e la mandi.
Click.

Senza nemmeno volerlo mi scopro a seguirlo. Me ne accorgo perché mi ritrovo davanti libri come Forme di polistirolo, L’arte del découpage e Mosaico facile.
Lui sta sfogliando un libro d’arte di grande formato su Giorgione. In mano tiene stretto un libro dalla copertina nera, con una donna nuda. Si intitola Hard.
Dopo essere passato a La vera storia di Lucio Battisti, si dirige verso la cassa. Dribblo in blocco il settore Giardinaggio, e gli sono dietro.

- I libri di poesia?
- Accanto a Critica letteraria. Lo vede? Critica letteraria. Accanto.
L’uomo va verso il punto indicato dalla cassiera, e io lo seguo. Lo inquadro con discrezione, tenendo fra me e lui un paio di scaffali. Le mie carrellate laterali sfocano il primo piano coi libri e tengono a fuoco lui e le sue lenti alzate.
Ogni volta che si gira, o semplicemente accenna a farlo, mi trova con un libro in mano, o mentre mi accingo a prenderlo con naturalezza da uno scaffale, o con la testa piegata, intento a leggere i titoli sul dorso. Le orecchie bene aperte.
Sorrido internamente, mentre afferro un libro a caso. Sto giocando al piccolo detective, e mi riesce pure bene.

Intanto l’uomo lascia la borsa su uno scaffale basso, e prosegue il suo giro.
Dà un’occhiata a Vita di un uomo di Ungaretti e a un volume delle Opere di Wislawa Szymborska.
Tutt’a un tratto l’altoparlante comincia a vomitare: il proprietario dello zaino lasciato accanto alla cassa del piano terra è pregato di ritirarlo immediatamente.
Gli occhi mi vanno istintivamente alla borsa lasciata dall’uomo.
Beh, la voce diceva del piano terra, io sto al piano interrato. Ma dove sarà la cassa? penso guardando il soffitto e la cassa del mio piano per valutare gli eventuali effetti di un’esplosione.
Di nuovo l’annuncio: il proprietario dello zaino lasciato accanto alla cassa del piano terra è pregato di ritirarlo im-me-dia-ta-men-te.
Stavolta gli occhi mi vanno ai libri che ho davanti. Vedo un titolo su Una bomber e uno su La strage di Bologna con prefazione dell’immancabile Carlo Lucarelli. Andiamo bene!
Mentre l’uomo recupera la sua borsa e si sposta verso la cassa, poso prontamente La strage di Piazza Fontana, che nel frattempo avevo preso in mano, e lo seguo.

- Glielo incarto? fa la cassiera, forse vedendo la donna nuda in copertina.
- No! risponde seccamente l’uomo, quasi avvertendo in quella richiesta un’implicita offesa.
Mentre la cassiera lavora col libro, l’uomo nota dei piccoli bloc-notes con dei gattini in copertina. Kitty, si chiamano.
- Quant’è questo, 50? chiede prendendone uno.
- 50.
Paga ed esce.
Ormai è uscito, sono solo, e niente potrà più salvarmi dall’esplosione potenziale imminente.
Vorrei seguirlo, in un film lo avrei seguito, ma ho un libro in mano, unica copia presente in libreria, che non riuscirei a pagare in tempo. Lo avrei abbandonato sullo scaffale e sarei andato fuori dietro all’uomo, in un film.
I miei pensieri sono interrotti dall’altoparlante, ancora una volta: il proprietario dello zaino lasciato accanto alla cassa del piano terra è pregato di ritirarlo immediatamente.
Non ho il tempo di agitarmi, Già fatto, risponde un’altra voce metallica.
 
Vado alla cassa, faccio la fila, pago e mi avvio verso l’uscita, pronto a rituffarmi nella città e nell’assurdo e grottesco flusso di collegamenti con cui ci bombarda di continuo.
Esco. Non prima di avere appuntato questa storia.


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martedì 9 marzo 2010

Sogni in 35mm #3
















"Scrivere - diceva Marguerite Duras - è anche non parlare.
È tacere. È urlare senza emettere suoni."
E. Vila-Matas, Bartleby e compagnia

È un’alba stupenda, fiabesca, da sogno. La vedo dalla mia finestra. Aspiro a pieni polmoni l’aria piacevolmente fresca e pulita. Ho una viva sensazione di pace e tranquillità.
Sto talmente bene che non sento la solita, continua e ossessiva necessità di realizzare i miei sogni e le mie aspirazioni, di riuscire a mettere ordine nella mia vita.
Non parlo ormai da nove giorni.
Dicono che nei sogni il mare rappresenti la nostra anima, la nostra interiorità, il nostro inconscio.
Il mare si trova in luogo familiare. Un luogo in cui so che il mare non c’è. Un luogo che di solito è coperto di grano. Come se la mia anima fosse ormai parte integrante di quei posti, come se vi fosse indissolubilmente legata. Come se ne avesse bisogno per esistere.
La luce del sole esce da alcuni squarci fra le nubi che sovrastano i monti innevati sullo sfondo. Inizia a danzare sulle onde leggere del mare, emanando diffusi e inafferrabili riflessi.
Com’è bella la mia anima. In superficie.
Sotto c’è tutta l’oscurità profonda e inconoscibile di quella massa d’acqua enorme, plumbea.

Salgo su un autobus urbano che percorre la campagna. C’è sempre il mare, sullo sfondo. Protetto labilmente dalle sagome ad ombrello di pini marittimi. Guardo di sfuggita un uomo avvinghiato a un’asta di sostegno per i passeggeri. Mi assomiglia, potrei essere io. Forse sono proprio io. Mi fa immediatamente antipatia. Il ritmo è lento. Il mio sguardo indugia a lungo sui particolari. A volte si ferma e torna indietro, per poi riposarsi su cose ormai viste. Realizzo di essere dentro un film francese. Non sono lenti i film francesi. Sono ovattati, estraniati, indugianti. Consapevoli di essere dei film. Consapevoli di essere nati dallo sguardo indagatore di una telecamera.
Rivedo l’uomo. Cazzo se mi assomiglia. È sempre avvinghiato al suo appiglio.
Forse sono davvero io. Forse il mio punto di vista è quello della telecamera che mi osserva, quello della telecamera che ha girato un film fatto bene. Un film che ci mostra noi stessi.

Sono arrivato a casa mia. Chiamo i miei, ma non mi risponde nessuno. Devono essere giù. Scendo per le scale, levitando leggermente.
C’è un cane, in fondo. Particolare stonato in casa mia. Troppo stonato.
Prevedo che tra poco capirò di essere in un sogno.
Pensiero piuttosto singolare. Che mi fa capire di aver sempre saputo, in realtà, di essere in un sogno.
Arrivo giù. Vedo la luce filtrare da sotto una porta chiusa. I miei sono lì. Senza rendermene conto mi ritrovo all’interno della stanza. Iniziamo a litigare per motivi assolutamente futili, tanto che non li conosco nemmeno.
Mi sento accusato ingiustamente. E con una reazione comunque eccessiva. Spropositata.
Mi sento come in America di Kafka. Come Karl Rossmann di fronte all’eccessiva punizione dello zio.
Dimentico di essere in un sogno.

È di nuovo l’alba.
Rivedo il mare, vedo di nuovo la luce del sole fare capolino tra le nuvole. Rivedo i monti innevati sullo sfondo.
La stessa sensazione di serenità e di pace. La stessa avvolgente sensazione di stare osservando qualcosa di bello e di armonioso.
Ma i bei sogni danno solo un’effimera serenità a chi, del sogno, è attore, spettatore ed involontario autore. Una serenità destinata a svanire al momento del risveglio, sostituita da un acuto e malinconico senso di abbandono forzato. Dalla penetrante consapevolezza di aver perso qualcosa che si era conquistato a fatica.
Penso che sia estremamente noioso leggere queste cose. Penso che mi incazzerei a morte nel leggere qualcosa del genere. È un sogno. E i bei sogni non interessano a nessuno.
Occorrono incubi se si vuole scrivere.



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